domenica 25 luglio 2010

Il mondo ruota tutto intorno a me


Il mondo ruota tutto intorno a me
Inserito originariamente da macrospia
19 foto riunite con tecnica stitch e distorte ad effetto polare
Nikon d80+tokina 11-16, fotocamera in posizione verticale, scatti con rotazione di 360 gradi, a mano libera, iso 100, f/16, 1/100

mercoledì 23 settembre 2009

Giochi di rospi e di rane

Un rospo incontra una rana e le propone di fare un gioco. "Giochiamo a liberi tutti. Io conto fino a dieci e tu ti nascondi". "Lo conosco questo gioco, comincia a contare che io mi vado a nascondere". "Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove e dieci".
Finito di contare il rospo inizia a cercare la ranocchia e guarda da una parte e non vede nulla....
Allora si sposta dall'altra parte e aguzzando la vista intravede qualcosa in fondo dietro la rete...
"Ti ho vista sai. Sei nascosta dietro quella foglia che c'é al di là delle rete" le grida con quanto fiato ha in gola. "Ok mi hai scoperta" risponde la ranocchia seccata. "Giochiamo di nuovo?" replica il rospo tutto contento. "No, mi é venuto a noia questo gioco. Adesso giochiamo che tu eri diventato un uomo per un incantesimo malvagio e io ti do un bacio e tu ti trasformi in un rospo azzurro" ribatte la ranocchia a cui il rospo piace molto ma molto assai.

domenica 20 settembre 2009

Algol: un diavolo di gatto capitolo XXXVII

MONICA
L'inizio della Primavera era il risveglio della natura, che aveva dormito tutto l'inverno sottoterra, per preparare l'esplosione di germogli ai primi raggi di sole primaverile. Anche il mio corpo, così duramente provato fisicamente e moralmente, iniziava a rinascere a nuova vita. Nel vero senso della parola una nuova vita cresceva dentro di me. Mi piaceva credere che l'anima di Rita, volteggiando invisibile sopra le nostre teste, avesse pazientemente atteso che il miracolo della natura - l'incontro del seme maschile e dell'ovulo femminile - avesse luogo, per potersi introdurre all'interno della prima cellula del feto che portavo dentro di me. Le sensazioni di nausea erano perfettamente identiche a quelle della mia prima gravidanza, con l'aggravante che adesso avevo sette anni di più e il mio fisico, messo così a dura prova negli ultimi due anni, non era più quello di una volta.
Fu così che il dottore mi ordinò un cambiamento di aria. Affittai una piccola casetta vicino al mare, dove avrei trascorso i mesi a venire fino al lieto evento. Marco mi avrebbe raggiunto ogni fine settimana. Mia madre partì con me per farmi compagnia per tutto il tempo.
La casa sorgeva alla periferia di un piccolo paesino di pescatori. Era tutta bianca, con le imposte delle finestre e la porta verniciate di verde. L'interno era costituito da due camere da letto e un soggiorno. Alle finestre, delle tende di cotone riparavano l'interno dai raggi del sole. Una delle due stanze da letto aveva le pareti dipinte di azzurro, l'altra di giallo. Il soggiorno era di un bel color crema. La cucina, abbastanza ampia e fornita di tutti gli elettrodomestici, aveva una porta, che dava su un piccolo giardinetto sul retro. La recinzione del giardino era rivestita di gelsomino da un lato e di glicine nei restanti due lati. Lungo il muro esterno della casa correva un’aiola, ripiena di rose rampicanti. Quel piccolo giardino avrebbe occupato gran parte del mio tempo. Gli odori e i colori sarebbero stati una manna per la mia anima ferita. La cura dei fiori e delle piante era sempre stata una mia passione, e qui c'era pane per i miei denti.
Il mare era a circa duecento metri dalla casa. Vi si accedeva attraverso uno stretto sentiero in terra battuta. Le onde si frangevano contro i sassi di una spiaggetta, circondata da rocce più elevate, che la nascondevano alla vista di chi passava dalla strada.

La prima mattina, dopo una notte trascorsa tranquillamente, nonostante il letto diverso e la mancanza di Marco al mio fianco, mi alzai molto presto e, fatta un’abbondante colazione, mi diressi verso la spiaggetta con un buon libro in una mano e una sdraio nell'altra.
La giornata era assolata e il mare calmo e luccicante. Leggevo da circa due ore, quando un rumore mi fece alzare la testa dal libro: una giovane donna, di circa venti anni, avanzava ancheggiando vistosamente. Indossava una minigonna, che esaltava le gambe lunghe e affusolate. I sandali, con il tacco alto e a punta, erano completamente fuori luogo su quel terreno. La camicetta, a righine rosse e bianche, era piuttosto aderente, mettendo in risalto un seno ben fatto. I capelli, di un biondo un poco troppo vistoso, erano corti e cotonati, con una frangetta che le copriva la fronte. Gli occhi, perfettamente truccati al pari della bocca, erano grandi e con lunghe ciglia. Nel complesso una bella ragazza, anche se un poco troppo vistosa per i miei gusti. Sorridendomi, mentre stendeva l'asciugamano accanto alla mia sdraio, iniziò a parlare:
"Buongiorno. Lei deve essere la nuova inquilina della casa bianca. Io sono Clelia e abito proprio di fronte a lei. Piacere di conoscerla."
Mi tese una mano dalle unghia lunghe e colorate con uno di quegli smalti tutti luccicanti, che adesso vanno tanto di moda. Aveva una voce con una cadenza abbastanza aperta e strascicata. Presi la mano che mi porgeva e la strinsi. La mano, fredda e molliccia, mi diede una sgradevole sensazione di disagio. Abbozzai un sorriso e ricambiai il piacere, quindi mi immersi nuovamente nella lettura del libro, ma l'amica aveva voglia di chiacchierare:
"Cosa l'ha spinta in questo posto di mare, se non sono indiscreta?"
"Mi è stato ordinato dal dottore, sono incinta e ho bisogno di respirare aria di mare."
" Aspetta un bambino? Che meraviglia. Io ho una bambina. Purtroppo non parla. E' autistica, sa cosa intendo vero?"
"Sì, mi dispiace moltissimo. Ha tutta la mia comprensione."
"Oh, non è un grosso problema. A parte questo inconveniente, tutto il resto va bene. E' intelligentissima e anche bellissima. Domani potrei fargliela conoscere. Oggi ha un poco di mal di gola e così è rimasta a casa. Ma mi dica, è la prima volta che aspetta un bambino?"
"No, avevo una bambina, ma è ...morta"
Dissi quest'ultima parola con un nodo in gola e non riuscii a trattenere le lacrime. La mia occasionale compagna se ne accorse e cambiò subito discorso. Clelia era una gran chiacchierona e dovetti posare il libro in grembo e ascoltare il diluvio di parole che uscivano dalla sua bocca. Spaziò dalla moda al trucco, dalla politica al sociale, dai viaggi alla cucina. Era enciclopedica. Peccato che fosse piuttosto evidente che tutte quelle informazioni provenivano dalla lettura di qualche settimanale. Comunque era decisamente simpatica e di compagnia. Non mi sarei di certo annoiata a frequentarla.

I giorni passavano lentamente sempre uguali: la mattina in spiaggia a leggere fino a quando non arrivava Clelia, che iniziava a chiacchierare. Nel pomeriggio riposavo e poi facevo una passeggiata con mia madre per le vie del paese ad ammirare le vetrine dei negozi. Aspettavo con impazienza la fine della settimana per potere abbracciare Marco e dormire sapendolo accanto a me.
Ero anche curiosa di conoscere le sue impressioni su Clelia. Ne avevamo parlato telefonicamente e il giudizio di Marco era stato negativo. Forse di presenza si sarebbe ricreduto. Purtroppo non ero riuscita a conoscere ancora la sua bambina, che era ancora costretta a letto.

E venne il Sabato mattina. Come al solito Clelia arrivò in spiaggia verso le undici. Quel giorno indossava un paio di pantaloni superaderenti di un colore fuxia e una maglietta che lasciava scoperto l'ombelico. Portava anche degli orecchini tutti luccicanti. Un cappellino di paglia completava il suo abbigliamento. Iniziò a parlare come ogni giorno commentando i fatti più strani e disparati poi improvvisamente cambiando discorso mi chiese:
"Come è successo?"
"Successo cosa?"
"Come è morta tua figlia?"
"Perché me lo chiedi? Preferirei non parlarne."
"So di essere indiscreta, ma ormai siamo diventate amiche e avrai capito che sono curiosa da morire. E' dal primo giorno che ci siamo incontrate che non faccio altro che chiedermi come è successo. Ho resistito tutti questi giorni, ma ora devo saperlo. Ti prego raccontami. Sono sicura che ti farà bene parlarne con qualcuno. Ti aiuterà a sfogare il dolore che hai dentro."
A casa l'argomento Rita era diventato tabù. Marco non mi aveva mai rinfacciato il fatto di non averlo avvisato subito del rapimento e di avere inseguito a piedi, io cieca, la macchina di Vittoria. Ma io mi tormentavo ogni giorno per quella pazzia, che aveva causato la morte di nostra figlia. Forse parlarne con un’estranea avrebbe alleggerito la mia coscienza. Iniziai a fatica partendo dall'inizio. Le descrissi il gattino piovuto dal cielo e Vittoria, che veniva a riprenderlo. Poi la notte fatale del furto e l'inizio della mia cecità. La voce si incrinava spesso mentre raccontavo e dovevo fare delle pause frequenti per riprendere il controllo. Sorvolai il periodo della mia infermità e le descrissi il secondo tentativo di furto con l'intervento risolutore del gatto. E venne la parte più difficile da raccontare. Il rapimento di Rita e la mia pazza idea di inseguirla a piedi. I successivi sei mesi di silenzio assoluto e poi Vittoria che si rifaceva viva richiedendo lo scambio dei suoi amici con la mia bambina. Poi il mio rapimento, la lotta con Vittoria e il contemporaneo riacquisto della vista. Infine l'arrivo di Marco e la fuga di Vittoria seguita dalla sua morte, che condannava indirettamente anche Rita, mai più ritrovata.
Le lacrime mi sgorgavano copiose al termine del racconto. Mi aspettavo un abbraccio o almeno qualche parola di conforto da parte di Clelia. Era rimasta come pietrificata e mi squadrava come se fossi uno zombie venuta a guastarle i sogni.
"Scusa sono troppo scossa per dire qualcosa adesso. E' meglio che rientri. Ci vediamo domani"
Così dicendo si alzò, prese il suo asciugamano e si allontanò a passettini rapidi lasciandomi in asso.
"Strano modo di comportarsi" pensai " E' come se il fatto l'avesse toccata direttamente. Domani voglio approfondire la cosa."
Lasciai sgorgare le lacrime ancora per un bel po' di tempo, quindi mi avviai verso casa.

La sera arrivò finalmente Marco con Dick, Milady e Algol. Una settimana di lontananza dai miei affetti più cari era sembrata lunghissima. Abbracciai a lungo mio marito. Era stato un santo a sopportare tutto quello che era successo in quegli ultimi tempi senza mai lamentarsi o perdere la pazienza. Mi aveva sempre protetta con la sua presenza, ma a volte non riuscivo a decifrare i suoi stati d'animo. Riusciva a tenersi sempre tutto dentro. Io so di sicuro che, se fosse stato lui a inseguire Vittoria a piedi, non lo avrei mai perdonato e glielo avrei rinfacciato fino alla fine dei miei giorni.

I cani iniziarono ad abbaiare mentre Algol miagolava disperatamente.
"Ma che diavolo vi piglia" disse Marco, sciogliendosi dal mio abbraccio. Avevo creduto che facessero così per attirare la mia attenzione e avere la loro dose di carezze, ma non abbaiavano in segno di festa. Stavano cercando di comunicarci qualcosa. Ad un tratto Milady prese con i denti la manica di Marco e lo trascinò verso la porta, come se volesse farlo uscire. Marco guardò fuori dalla finestra.
"C'è qualcuno che sta traslocando. Ecco perché i cani fanno così. Direi che a giudicare dalla descrizione che mi hai fatto deve essere la tua amica Clelia. Ma non mi avevi detto che domani me l'avresti fatta conoscere?"
"Infatti è così. Sarà qualcun altro sicuramente. Dick, Milady, Algol adesso basta. Smettetela. A cuccia."
Contrariamente a quanto avveniva di solito alla parola cuccia l'abbaiare dei cani si fece ancora più insistente tanto che Marco aprì la porta dicendo:
"Non mi sembra normale. Meglio andare a vedere"
I tre animali avuta via libera si precipitarono fuori seguiti da mio marito e da me. Attraversata la strada circondarono una donna che teneva in braccio una bambina. Non ero sicura che fosse Clelia, e per la lontananza, e per il buio, ma avvicinandomi mi resi conto che era lei. Marco era corso avanti per fermare i cani che ringhiavano a più non posso, loro di solito così docili e tranquilli con tutti.
"Tenga lontano da me queste bestiacce o la denunzio"
"Milady, Dick, qui, a cuccia"
Parole al vento i cani non rispondevano agli ordini e stringevano sempre più da vicino Clelia finché la bimba che sembrava addormentata si svegliò. Si girò a guardare la scena che si svolgeva sotto i suoi occhi. Il suo viso era in ombra perché il lampione della strada era alle sue spalle. Io mi trovavo invece sull'altro marciapiede, sotto la luce del portico. Tese le braccine verso di me e una leggera brezza che si era alzata proprio in quel momento mi portò la sua vocina che mi fece rabbrividire:
"Mammina, mammina"
Credevo di sognare ma lo scatto di Marco verso Clelia mi fece comprendere che anche lui aveva sentito. Le strappò la bimba dalle braccia urlando con quanto fiato aveva in gola:
"Rita, Rita, Rita"
"Ma cosa sta facendo? Mi ridia subito mia figlia o chiamo la polizia"
"Certo che verrà la polizia, ma perché la chiamerò io."
Attraversai la strada come in un sogno. Due anni di incubi si scioglievano come neve al sole. Un cuore malato non avrebbe sopportato impunemente tanta gioia. Presi Rita dalle braccia di mio marito. Non avevo mai provato una sensazione più vicina alla felicità totale. Tutto il corpo vibrava. Rita strinse le sue braccia intorno al mio collo e affondò la sua testolina nella mia spalla.
Toccavo il cielo con un dito e dall'alto della mia felicità mi arrivavano le voci di Clelia e di Marco:
"Dove credi di andare"
"Mi lasci andare. Vado a chiamare la polizia e non la passerete liscia"
"Ecco il mio cellulare. Chiamala da qui la polizia. Voglio proprio vedere se hai questa faccia tosta."
Così dicendo Marco compose il 113 e richiese l'intervento di una pattuglia.
Quando la volante arrivò Clelia non era più così battagliera. I poliziotti ci condussero tutti quanti alla centrale. Marco nel frattempo aveva chiamato l'ispettore Rizzo al suo numero privato. La fortuna era dalla nostra: essendo Sabato l'ispettore era nella sua casetta a mare, casetta che distava dieci minuti dalla stazione di polizia. Ci raggiunse immediatamente e Clelia fu messa sotto torchio.
Confessò che Rita non era sua figlia ma sua sorella. Vittoria era la madre di entrambe. Lei, cresciuta col padre, morto due anni prima, non aveva mai conosciuta Vittoria, che l'aveva abbandonata dopo pochi mesi dalla nascita. L'anno precedente si era presentata alla sua porta una donna, che cercava suo padre. Da alcune foto trovate fra le cose che suo padre aveva conservato, aveva riconosciuto, nella donna che le si trovava davanti, la madre. Clelia si era fatta riconoscere e le aveva rinfacciato di averla abbandonata. Vittoria aveva addotto come scusa la sua giovane età ed era riuscita ad intenerirla raccontandole la triste storia della sua vita. L'ultima disgrazia era un'altra figlia che era autistica. Lei doveva assolutamente allontanarsi per qualche giorno e non sapeva a chi lasciare la bambina. Per questo motivo si era decisa a chiedere l'aiuto del suo ex compagno, apprendendo però che era morto.
Clelia era stata sposata e aveva divorziato dal marito. Il suo più grande cruccio era quello di non avere avuto bambini, per cui, alla vista di Rita, era stata ben felice di prendersi cura di quella che lei riteneva essere sua sorella e si era offerta di tenerla lei. Sua madre non si era fatta mai più viva e lei non sapeva dove rintracciarla. Non poteva certamente immaginare che la bambina era stata rapita da sua madre Vittoria.
La deposizione di Clelia era abbastanza credibile. Peccato che la polizia, perquisita la sua casa, trovò diversi ritagli di giornali con le foto e gli articoli sulla morte di Vittoria e sul rapimento di Rita. Clelia non mi aveva riconosciuto subito perché nessuno mi aveva fotografato, grazie a Marco che mi aveva tenuto lontano dai giornalisti.
Solamente quella mattina, quando le avevo raccontato della morte di Rita, aveva collegato il tutto e aveva cercato di fuggire col buio.
Rita ricordava tutto: le botte, che le aveva dato Vittoria quando lei piangeva, l'avevano talmente terrorizzata che era rimasta muta per un anno. Per fortuna Vittoria l'aveva abbandonata ben presto da Clelia, che era stata invece molto buona con lei. Però ormai lo shock subito le aveva impedito di parlare nuovamente. Mi raccontò degli incubi, che la assalivano di notte quando rimaneva sola al buio e riviveva l'esperienza del rapimento. Quante volte aveva sperato di vedermi arrivare in casa per portarla in salvo. Ora era felicissima per avermi di nuovo accanto e perché - io ero nuovamente con gli occhi - espressione letterale usata da Rita per dire che ci vedevo nuovamente. Mi confidò che quando si era svegliata a causa dell'abbaiare dei cani le era sembrato un sogno, perché aveva riconosciuto Dick, che aveva una maniera tutta particolare di abbaiare.
Nel giro di un anno Rita era allungata di parecchi centimetri e i capelli, che aveva sempre portato corti, ora le arrivavano alle spalle. Aveva le unghie dipinte con lo smalto che usava Clelia e vestiva alla sua maniera: minigonna e maglietta strettissima. Per fortuna ai piedi non portava scarpe col tacco, ma semplici sandali per bambini. Malignamente pensai che Clelia non era riuscita a trovare scarpe per bimbi col tacco, altrimenti le avrebbe comprate.
La Domenica fu una giornata di festa. La nostra famiglia era nuovamente al gran completo. Papà Marco, mamma Monica, nonna Giulia, Rita e il nuovo venuto il cui sesso ancora non ci era dato di sapere. Poi Dick, Milady e Algol completavano la famiglia. Mi mancava Aira che era dovuta tornare al centro di addestramento per essere affidata ad un altro sfortunato non vedente.

Come per incanto le mie nausee finirono. Il ritorno di Rita fu la medicina giusta per tutti i miei malanni. Com'era bella la casa nuovamente piena di fiori, le risate argentine di Rita, i guaiti di festa dei cani, il nitrito dei cavalli, il ragliare dell'asino, lo starnazzare delle oche, il tubare dei colombi, lo zigare dei conigli, il chiocciare delle galline e il miagolio dei gattini. Avete capito bene. I gattini. Algol, il biricchino, dopo il nostro rientro a casa era sparito per qualche giorno, con mia grande angoscia. Al suo ritorno non era solo. Una graziosa micetta in evidente stato interessante gli faceva compagnia. Adesso è papà di tre micetti. Clelia è il nome che Rita ha voluto dare alla mamma, Qui, Quo, Qua il nome dei tre piccoli.

E Roberta? Si è consolata con Riccardo. Chi è Riccardo? Ma un gallo naturalmente.

Per concludere fra un mese la casa sarà allietata dal pianto di due gemelli, un maschietto e una femminuccia. Che nomi abbiamo scelto? Quando nasceranno ve lo dirò.



FINE

sabato 19 settembre 2009

Algol: un diavolo di gatto capitolo XXXVI

MARCO


Trascorsero sei interminabili giorni. La polizia aveva cercato tutti gli indizi, che potessero ricondurci al nascondiglio di Rita. Gianni e Vincenzo, informati della morte di Vittoria, non avevano saputo darci notizie utili. Erano infatti diventati collaborativi, perché la polizia aveva promesso una forte riduzione della pena, da scontare agli arresti domiciliari, se avessero fornito delle indicazioni atte a ritrovare nostra figlia. Le speranze di ritrovarla in vita erano ormai azzerate. Una bambina non poteva resistere tanto tempo senza mangiare e soprattutto senza bere. Sarebbe stato impossibile colmare il vuoto, che aveva lasciato nei nostri cuori. Monica, che fin dall'inizio aveva sentito i sensi di colpa, era prostrata più che mai. Non usciva mai di casa e passava tutto il giorno nei pressi del telefono, sperando in uno squillo, foriero di buone nuove. Io, appena chiuso l'ambulatorio, mi recavo giornalmente al distretto di polizia, per sapere a che punto erano le indagini. Avevamo contattato anche la migliore agenzia investigativa della Regione. Tutto era stato inutile. Nostra figlia era sparita senza lasciare la minima traccia.
La mattina del settimo giorno il telefono squillò. Mia moglie saltò su dal divano, dove era rannicchiata, e alzò la cornetta. Il suo viso si illuminò, poi diede un grido, e cadde svenuta a terra. Mi precipitai a soccorrerla. La presi in braccio. Era diventata leggera come un fuscello. Adagiatala sul divano, presi la cornetta in mano:
"Pronto, chi parla?"
"Sono l'ispettore Rizzo, dottor Landi. Stavo dicendo a sua moglie che forse abbiamo una traccia. Questa mattina, una signora piuttosto anziana è venuta a denunziare la scomparsa di sua figlia. Quando ci ha mostrato la foto della figlia, sono saltato sulla sedia. La fotografia era di Vittoria e la signora in questione è, o meglio era, la madre di Vittoria, il cui vero nome è Crocifissa. La signora vive a circa cento chilometri da qui. Ci ha raccontato che, dopo trent'anni che non si vedevano, improvvisamente la figlia si era fatta viva e aveva passato un paio di giorni da lei. Le era sembrata agitata. Poi, per sei mesi, era sparita nuovamente, per ricomparire sulle pagine del giornale, che dava notizie della sua morte. La madre si è presentata dopo sette giorni perché, per un puro caso, ha letto la notizia sul giornale. Si figuri che il calzolaio aveva avvolto le scarpe, che lei aveva fatto risuolare, proprio con la pagina con la foto della figlia. La signora ci ha spiegato che, siccome non vede bene, non legge mai i giornali. Ma, quando ha visto la foto della figlia, è andata dalla vicina per farsi leggere l'articolo, che dava la notizia dell'incidente di Vittoria. Adesso stiamo facendo accertamenti per vedere se Vittoria avesse anche qualche nascondiglio nella città dove abita la madre. Speriamo di aver trovato una pista da potere seguire."
Per alcuni istanti il fuoco della speranza di ritrovare Rita ancora viva si era riacceso dentro la mia anima. Ben presto però dovemmo renderci conto che si trattava di un fuoco di paglia.
La pista della madre di Vittoria si rivelò essere infruttuosa, e il tempo continuava a passare incurante di tutto. Il mondo continuava a girare come se nulla fosse successo. Il sole sorgeva ogni giorno e ogni sera si tuffava nel mare. La luna continuava a crescere e a decrescere come sempre aveva fatto. Le stagioni si susseguivano scandendo i ritmi delle semine e dei raccolti. La vita continuava. Era una triste realtà ma bisognava accettarla. Rita era ormai sicuramente morta d'inedia, straziata dalla fame e dalla sete. Le lacrime versate da Monica e da me sembravano non avere mai fine. Le preghiere rivolte a Dio non avevano dato alcun risultato, segno che anche Dio, se mai ne esiste uno, ci aveva abbandonato. Si dice che il tempo cura qualsiasi dolore, e noi non avremmo fatto certamente eccezione.

Passò un anno dalla morte di Vittoria. Noi non avevamo un posto dove andare a trovare Rita e neanche un anniversario da ricordare. Non sapevamo quando era morta né dove. Il suo corpicino mai più ritrovato doveva ormai essersi disfatto totalmente lasciando soltanto un mucchietto di ossa nascoste chissà dove.
Il ventuno Marzo era un'altra triste ricorrenza: la morte di mio suocero. Quella mattina, primo giorno di primavera, Monica decise di andare al cimitero a piangere sulla tomba di suo padre. Io ero andato come ogni mattina in ambulatorio. Giulia, mia suocera, doveva passare a prendere sua figlia e insieme sarebbero andate al cimitero.
Verso le undici squillò il telefono:
"Pronto, ambulatorio Landi, chi parla?"
"Marco, sono Giulia. Ti prego vieni al più presto a casa. Ho trovato Monica svenuta. Cadendo si è ferita al capo. Stamani mi ha confidato di avere vomitato più volte."
"Arrivo subito."
Uscendo in sala d'aspetto vidi che c'erano tre clienti, che aspettavano. Li pregai di andare dal mio collega, spiegando loro che avevo un'emergenza a casa e senza attendere oltre uscii lasciando l'ambulatorio aperto. Ero disperato. Non sono mai stato superstizioso, ma cominciai a pensare che le voci che circolano sui gatti neri qualche fondo di verità devono pur averlo. Guidai come un pazzo verso casa. Durante il percorso telefonai al dottore spiegandogli l'accaduto e pregandolo di passare al più presto a casa nostra.
Facendo volare la ghiaia che ricopre il sentiero che porta verso casa, piantai i freni all'ultimo istante sbandando vistosamente. Mi precipitai fuori dalla macchina e corsi lungo il vialetto d'ingresso. La porta era aperta e sulla soglia Giulia mi aspettava sorridente.
"Marco, stai tranquillo. Adesso è tutto a posto. Ho parlato con il dottore che mi ha chiamato poco fa, dopo la tua telefonata. Non c'è niente di cui preoccuparsi. E' normale quello che è successo a Monica nelle condizioni in cui si trova."
"Non capisco cosa ci sia di normale. Non è assolutamente normale vomitare e svenire. E' vero che Monica è debilitata, ma non era mai successo prima d'ora. E' di sopra?"
"Sì, è a letto. Vai da lei. Ti spiegherà tutto. Benedetti gli uomini, che non capiscono mai nulla di noi donne."
Salii i gradini a quattro a quattro chiedendomi mentalmente cosa avesse voluto dire Giulia ed entrai nella nostra stanza.
Monica giaceva sul letto, la testa sollevata su due cuscini, gli occhi le brillavano di una luce sconosciuta, o meglio dimenticata. Avevo in realtà visto un'altra volta quella luce luccicare negli occhi di mia moglie. Il ricordo tornava indietro di sei anni. Eravamo andati dal dottore perché Monica non stava bene: anche allora aveva vomitato diverse volte e aveva continue nausee. Quando uscì dalla visita i suoi occhi avevano la stessa espressione che vedevo adesso e così tutto mi fu chiaro.
"Da quando lo sai?"
"Ho avuto qualche dubbio quando il ritardo si è fatto consistente, ma a causa dello stress sono stata molto irregolare in questi ultimi anni. Ma stamattina dopo il vomito e il principio di nausea, ne ho avuto la conferma."
Mi ero lentamente avvicinato alla sponda del letto. Mi sedetti accanto a mia moglie e misi le mie mani sulle sue spalle, guardandola a lungo e rimirando i suoi occhi che non vedevo brillare di gioia da così lungo tempo. La attirai dolcemente a me abbracciandola teneramente e presi a cullarla come si fa con un bambino.
"Così avremo un bimbo. Ti senti pronta? Dovrai stare bene adesso. Per lui. Non deve risentire della tristezza che regna in questa casa."
"Lo so, Marco. La vita toglie e la vita dà. Per una vita che ci è stata tolta, un'altra vita ci è stata donata. Mi rimetterò in forze per nostro figlio. Rita rimarrà sempre nel mio cuore, e l'amore che ora non posso più manifestarle direttamente lo riverserò su nostro figlio che riceverà il doppio dell'amore."
Nei giorni seguenti una diversa atmosfera si instaurò in casa nostra. Fervevano preparativi a lunga scadenza. Iniziò una processione di amici per felicitarsi con Monica e ognuno portava qualcosa per la futura creatura che lentamente le andava crescendo dentro. Le condizioni fisiche di mia moglie erano sempre più precarie. Le nausee erano sempre presenti e il vomito si susseguiva al vomito. Il dottore consigliò un cambiamento d'aria e la spedì al mare. Purtroppo io non potevo seguirla, ma mi ripromisi di raggiungerla i Sabato sera, portando con me Algol, Dick e Milady.

venerdì 18 settembre 2009

Algol: un diavolo di gatto capitolo XXXV

MONICA


Avevo dimenticato l'odore dell'ospedale. Ora giacevo nuovamente su un letto con le lenzuola ruvide. Stavolta potevo vedere la stanza che occupavo, a differenza dell'ultima volta. Mi avevano immobilizzato la spalla che aveva subito una frattura e vari cerotti fissavano bende sparse un poco dovunque sul corpo. Vittoria doveva avere infierito su di me, dopo che ero svenuta. Non c'era parte del mio corpo, che ne fosse uscita indenne. Le infermiere si ricordavano di me e non finivano di congratularsi per la mia inattesa guarigione. I dottori erano un poco impacciati per avere fallito la previsione la prima volta e mi avrebbero volentieri sottoposta a esami accurati per capire come avevo fatto a guarire dopo un colpo simile a quello che mi aveva reso cieca.
La sera stessa arrivò Marco al mio capezzale. Mia madre era seduta su una sedia accanto al letto, quando Marco entrò nella stanza. Mi resi subito conto che aveva la faccia sconvolta e le mani gli tremavano in maniera evidente.
"Marco, cosa è successo? Sei sconvolto. Hai brutte notizie, non è vero?"
Rimase in silenzio. Non riusciva a controllare il tremore del labbro.
"Non mi nascondere la verità Marco, ti prego." In quel momento entrò l'ispettore Rizzo.
"Ispettore ci sono novità? Mi dica la verità o divento pazza."
"Si calmi signora, vedrà che ritroveremo sua figlia, nonostante quello che è successo"
"Ma cosa è successo? Maledizione, io sono la madre. Avrò il sacrosanto diritto di sapere?"
Marco e l'ispettore si guardarono e mio marito annuì alla muta interrogazione dell'ispettore.
"Vede signora, nella fuga Vittoria ha sbattuto la sua macchina contro un albero, allora ha continuato a piedi in direzione della strada. Arrivata lì ha chiesto un passaggio e un signore, vedendola ferita, si è fermato e l'ha raccolta. Lei gli ha detto di avere avuto un incidente di macchina e gli ha chiesto di portarla al più vicino ospedale. Lungo la strada hanno incontrato un nostro posto di blocco. L'agente ha intravisto Vittoria ferita e ha intimato l'alt. L'autista stava per fermarsi, ma Vittoria ha tirato fuori una pistola e minacciandolo lo ha costretto a forzare il blocco. E' iniziato l'inseguimento. La macchina ha raggiunto un cavalcavia a velocità sostenuta e l'autista ha perso il controllo e, sfondato il parapetto, l'auto è volata giù nella scarpata. Purtroppo Vittoria non indossava le cinture di sicurezza ed è stata sbalzata fuori dalla macchina"
Disse queste ultime parole con la voce che si affievoliva e compresi la tragica realtà.
"Ispettore vuole dire che Vittoria è morta nell'incidente?"
Chinò la testa in segno di assenso e contemporaneamente di rassegnazione.
"Senza dire nulla di Rita?"
"Quando i primi soccorsi sono arrivati era già morta"
"Se una piccola fiammella di speranza esisteva, la sua morte l'ha spenta definitivamente"
"Monica non disperare, vedrai che Milady ritroverà anche lei"
"Marco, Rita manca da sei mesi da casa. Può essere ovunque. Gli odori non rimangono nell'aria tanto a lungo. Solo un miracolo può farci ritrovare nostra figlia. Dio mio riprenditi la mia vista ma fammi ritrovare la mia bambina"
"Monica non dire così. I miracoli non avvengono mercanteggiando con Dio"

giovedì 17 settembre 2009

Algol: un diavolo di gatto capitolo XXXIV

VITTORIA

Guardando nello specchietto retrovisore vidi come mi aveva ridotto la cieca. Il sangue mi colava da vari graffi su tutta la faccia. Alcuni rivoli si erano coagulati formando delle lingue di sangue rosso che mi facevano somigliare ad un indiano pitturato con i colori di guerra. Da altre ferite più profonde invece il sangue continuava a scorrere scendendo lentamente lungo il collo e bagnando la camicetta che, vuoi per il sudore, vuoi per il sangue, mi si era appiccicata come una sanguisuga alla schiena e al petto.
Nel tentativo di pulirmi con la mano da un rivolo di sangue che mi stava per entrare dentro un occhio, mi distrassi solo per un attimo dalla guida. Tanto bastò per farmi perdere il controllo dell'auto. La strada iniziò a scorrere velocemente sotto le ruote che slittavano sullo sterrato. Dietro la curva l'albero mi si parò dinanzi all'improvviso e a nulla valse la sterzata all'ultimo istante. Lo scontro fu violentissimo. Venni proiettata contro il volante e con la fronte sfondai il parabrezza .
Quando ripresi i sensi e guardai la mia immagine attraverso lo specchietto rotto vi vidi riflessa una maschera di sangue. Maledicendo la mia cattiva sorte scesi barcollando dalla macchina ormai inservibile. Sempre barcollando mi diressi verso la statale. Per quel giorno avevo toccato il fondo della sfortuna. Da ora innanzi non potevo fare altro che risalire la china.
Un'auto veniva lentamente verso di me. Agitai le braccia gridando aiuto. L'auto si fermò e un uomo distinto ne discese.
"Cosa le è successo, signora?"
"Un incidente, la prego mi accompagni in ospedale."
"Venga, salga, aspetti l'aiuto io."
Ogni piccola scaffa della strada mi faceva rimbombare la testa. Il labbro superiore aveva un taglio profondo. Si potevano intravedere gli incisivi superiori attraverso lo squarcio. Maledizione. Sarei rimasta deturpata per sempre. Esaminavo attraverso lo specchietto di cortesia tutti i tagli che avevo sul viso. Non riuscivo a contarli. Mi sarei dovuta sottoporre ad una plastica facciale.
"Guardi, un posto di blocco della polizia. Ora mi fermo e chiediamo l'invio di un'autoambulanza. E' fortunata lei"
Ed io che avevo creduto che stesse iniziando il periodo fortunato, ed invece mi ero sbagliata, ah come mi ero sbagliata.